venerdì 18 marzo 2016

Féerie pour un autre fou.

Facile citare autori che il tempo ha saputo raffinare di sola positività. Li facciamo diventare simboli, usandone titoli, locuzioni e perfino il cognome come referenti logici, esempi. Qualche volta per un banale intercalare. Più arduo riprendere i maledetti, quelli controversi allora e ancor oggi perfino nella memoria. Ma chi li può trarre da quella speciale forma di condanna permanente che quasi impedisce di vederne la grandezza? Un avvocato, si risponde Gianfranco Fusco, scrittore e giurista. Perché l’uomo del diritto pratica la difesa, espone una tesi, non cerca l’intera verità, che non esiste nemmeno. E chi ascolta, per una volta un noi attento, ne sembra convinto. Così anche Céline può riprendere a parlare ai contemporanei.

“Scrivere è una forma di pazzia. – disse l’avvocato – Prendi Céline, per esempio. Céline era pazzo, questo è chiaro.”

“Céline pazzo? – esclamò il medico – Se lo dici per giustificare le sue Bagatelles, mi pare troppo comodo.”

“No, no, le Bagatelles non c’entrano. È da un pezzo che ci penso. Sta’ a sentire. Céline era pazzo, come tutti i veri scrittori. Come Kafka, Joyce, Beckett, per fare solo qualche nome. Quelli che scrivono, perché per loro «è impossibile fare qualcosa di diverso». Da non confondere con i mercanti di parole. I bottegai della frase a effetto. I fini dicitori televisivi, che inanellano aggettivi compiacenti. Tutti riccioli e bella pronuncia. Per i quali si sdilinquiscono le casalinghe disperate. Si bagnano sotto. «Vorrei l’ultimo libro di quello che era ieri sera in TV» «Sa dirmi il titolo?» «No, ma era ieri sera in TV. Sa, quel bell’uomo!» Quelli da vette delle classifiche di vendita. Impegnati. Con tre o quattro tessere in tasca. Per tutti i gusti. La par condicio. Tu scrivi e forse sei più pazzo degli altri. Povero coglione! Sogni il Nobel? Hai capito niente!”

“Ma quale Nobel! – protestò l’altro – Se non ho mai pubblicato una sola pagina!”

“Bravo! È la tua forza! L’inedito. Tanto, sarebbe inutile, se non hai un buon traduttore in svedese. Magari finirai dentro un’Enciclopedia. Il riconoscimento postumo.”

“Veramente aspirerei piuttosto all’anonimato.”

L’avvocato spalancò gli occhi in modo teatrale:

“Prego?” quasi urlò.

“Hai capito bene. Come diceva Borges, l’anonimato è il massimo cui un’opera può aspirare, ma pochi libri lo raggiungono. Penso alle Mille e una notte, per esempio, o all’Iliade e all’Odissea.”

“Che c’entra Omero, scusa? Tu, al contrario di lui, esisti davvero e quello che scrivi è opera tua, non di generazioni di rapsodi, di cui hai raccolto le storie. Perché non la Bibbia, allora?”

“Non m’interessa il successo editoriale. – ironizzò l’altro – Vedi, non importa l’autore, contano solo le storie. Sono quelle che sopravvivranno. I nomi degli scrittori, dopo qualche secolo o millennio (istanti, rispetto all’eternità), saranno comunque dimenticati, ma le storie, quelle belle, resteranno, anche se dovessero scomparire i libri che le contengono, perché ci sarebbe la tradizione orale, com’è già avvenuto in passato.”

Aggrottò la fronte, tentennò il capo e aggiunse:

“Chi lo sa. Forse aveva ragione Borges a definire lo scrittore «un amanuense di tanti maestri», attraverso cui le storie si rigenerano nel tempo.”

“Non sono d’accordo. Ogni artista, più o meno consciamente, ha bisogno di un pubblico, è il suo nutrimento naturale. Non importa se crea in solitudine e si ripete, come te, che lo fa solo per sé, la verità è che – come è stato detto – è triste vivere una vita di cui nessuno si accorge e l’arte, per il vero artista, è la sua vita. Comunque, se davvero non t’importa di vedere stampate le tue opere, scimmiotta pure il tuo amato Kafka. Ma, per favore, non incaricarmi ipocritamente di distruggere tutti i tuoi scritti, dopo la tua dipartita.”

“Ti vorrei ricordare che hai dieci anni più di me. Non che questo sia determinante, ma insomma...”

L’amico continuò il proprio discorso, come se l’altro non l’avesse interrotto:

“Ti tributeranno lodi alla memoria e andrai ad allungare la lista degli orfani del Nobel. Tanto lo so che vorresti essere ricordato assieme a Céline, Proust, Joyce, Borges, eccetera. I grandi, senza premi letterari. Quelli veri, come ho detto. Senza club, libretti, carte, documenti. Liberi, che è il contrario di ‘impegnati’. Contro tutto e tutti. Scomodi. Come Pound, che avevano internato in manicomio. O come Voltaire, che, dopo un po’, doveva scappare da ogni corte, perché finiva sempre per rompere i coglioni al potente di turno. La sua vocazione. Più forte di lui. O come Swift, con le sue provocazioni.”

“Stavi parlando di Céline.” azzardò l’amico.

“Ci sto arrivando. Tranquillo. Non mi perdo. Non sono ancora rincoglionito fino a quel punto. Magari non mi ricordo il tuo nome, ma Ferdinand non lo dimentico. Lui era matto duro, d’accordo? Perché scrivere è una forma di pazzia. Goethe diceva che, quando scriveva poesia, un demone s’impadroniva di lui e anche Akutagawa parlava del demone della letteratura. Addirittura, all’inizio, si era scelto come haigō, come nom de plume da poeta, Gaki, che è il nome giapponese dei «demoni affamati» buddhisti, ma che lui scriveva con un diverso ideogramma omofono, per cui aveva il significato più pregnante di «demone dell’ego». Forse ha ragione Hanif Kureishi, quando dice che «la follia della scrittura è antidoto alla vera follia», ma insomma sempre di pazzia si tratta. Di evasione dalla sicura fortezza della ragione, «arrischiandosi» (come diceva Heidegger) a esibire allo scoperto, senza alcuna protezione, tutte le proprie aberrazioni creative. Naturalmente parlo dello scrivere compulsivo. Quando non puoi farne a meno. Che hai queste idee-tarlo nel cervello, che aumentano e ti gonfiano la mente. Fino a che non ce la fai più. Che ti costringono a liberarti, per non esplodere. Anche tu sei medico, come lui, e scrittore. Sai bene come funziona. La costipazione mentale. L’accumulo crescente. Questa massa anomala, che preme sulla ragione, rischiando di schiacciarla irrimediabilmente. E allora la diarrea verbale salvifica, liberatoria. Tutte quelle frasi evacuate sul foglio bianco. E, dopo, la piacevole sensazione di alleggerimento, di sgravio, guardandole. Come merda sulla carta igienica. Qualcosa che hai eliminato. Come quando l’intestino espelle i germi. E puoi tornare alla normalità. A ragionare. Fino alla prossima crisi. Non è così?”

L’altro rise.

“Oddìo, – disse – è un modo un po’ personale di descrivere il fenomeno, ma c’è del vero. Esiste questa specie di schizofrenia. Jaspers parlava di «scissione». – esitò un attimo e aggiunse – A meno che tu non voglia farmi capire che quel che scrivo è solo merda...”

L’altro non fece caso all’ultima frase.

“Puoi scommetterci che è vero! – esclamò – Torniamo a Ferdinand. Pazzo duro, dicevo. Ma c’è del metodo nella sua follia. Perfettamente organizzata, in verità. Rigorosissima! Non so se hai mai visto i suoi manoscritti. Quella parlata finta-naturale, finta-di-getto. Assemblata assieme all’argot. Perché l’argot, secondo lui, agonizzava. Era già morto. «L’argot è nato dall’odio, non esiste più». E allora concepirne uno nuovo, partorito dalla stessa matrice, di cui Céline sapeva di essere ben dotato: «Un odio immenso mi tiene vivo». Ri-creare una parlata mista. L’amalgama indissolubile. Simulando il proletario ignorante. In realtà, l’invenzione dell’intellettuale, dell’uomo di cultura. Un linguaggio costruito minuziosamente. Che non ha niente a che fare con la parlata naturale: «C’est vraiment très mauvais, l’éloquence naturelle». Un idioma mai sentito prima, che tenga sulla pagina. Si può capire che, per ottenerlo, «ça demande un très gros effort». Lo ammetteva: «Io sgobbo sul pezzo». Lui, il grande innovatore della lingua. Rabelais, sputato. Mezzo millennio dopo. Con miriadi di ritocchi, aggiustamenti, correzioni, modifiche. Le une sulle altre. Un labirinto di segni quasi indecifrabili. C’è voluto un certosino geniale, per ricostruire Rigodon. E la sua «petite musique». I tre puntini. «Immaginereste la musica, senza puntini di sospensione?» Dunque questo matto, seguace di Rabelais (che, guarda caso, era anche lui medico e aveva pubblicato il suo Pantagruel lo stesso giorno, 23 ottobre, di pubblicazione del Voyage), quest’altro pazzo, dicevo, ne ha ricalcato le orme, forse senza nemmeno rendersene conto fino in fondo. O forse sì: «Nella mia vita ho avuto lo stesso vizio di Rabelais. Ho passato anch’io il mio tempo a cacciarmi in situazioni disperate». E ha ottenuto la stessa ostilità. Quella contro Céline più radicale, perché i tempi, in cinquecento anni, sono cambiati in peggio e non si tratta più solo di un paio di banali condanne della Sorbona, per l’uso dello stile non ortodosso, o delle proteste della Chiesa, per la presa in giro di certe sue pratiche religiose, bensì della persecuzione da parte dell’intera comunità dei malpensanti, degli ipocriti di ogni colore politico, dei farisei di ogni credo religioso.”

“Sì, però prendersela con gli ebrei, come se fossero l’incarnazione del Male...”

“Altolà! Fermati! Non lasciarti infinocchiare! Non son gli ebrei la sua vera colpa. Gli ebrei lo avevano persino difeso: nel ’44, con un articolo sul mensile Shem, dove lo definivano «un grande incompreso» e spiritualmente «fratello degli ebrei», e nel ’48, per bocca del direttore di Aux écoutes, che aveva scritto a chiare lettere «Céline poeta non può essere considerato responsabile del massacro dei nostri fratelli». No, non è il presunto antisemitismo che non gli hanno perdonato. Neanche per sogno! È la sua visione del mondo. Sempre così, del resto. La falsa Virtù, che si erge a giudice del presunto Vizio. Il Male, che è sempre l’altro, quello che la pensa diversamente da me. Anche Bernardo Bertolucci, a suo tempo, gli immorali moralisti l’hanno fottuto col pretesto dell’inchiappettamento burroso (che forse aveva copiato proprio da Céline), ma di Ultimo tango a Parigi non sopportavano il messaggio. La tirata contro la famiglia e altre istituzioni borghesi. Quel rivelare il marciume nascosto sotto il sudario candido. Con Céline, la stessa cosa. Han condannato il suo bizzarro pessimismo da farsa tragica. Il suo ruolo di abominevole uccello del malaugurio. La predicazione della Paura come sentimento totalizzante: «La mia paura divenne panico». Come unica regola di vita: «Bisogna sempre aver paura degli uomini e di loro soltanto». L’intransigenza da contabile esistenziale, che annota la morte come solo credito dei vivi, un credito costoso: «C’est pas gratuit de crever» e «J’avais presque me payer la mort». Il suo superbo star seduto sulla propria tomba, come sul trono della Terra, unico essere lucidamente consapevole dell’attesa di sprofondarci dentro, perché si comincia a morire, appena si nasce. L’apostolato di disperazione. I suoi racconti di viaggi al termine di notti senza giorno. Il nichilismo senza scampo. Lucette l’ha definito, una volta, «un essere disperato, di un pessimismo totale». Questo non gli hanno perdonato gli impietosi cristiani, ben nascosti all’interno dei loro confortevoli sepolcri imbiancati con l’aria condizionata. Di aver demolito il loro tempio consolatorio. Il buon parroco di Meudon, che gli negò la benedizione e la sepoltura in terra consacrata. E gli altri, gli uomini seduti in doppiopetto, l’hanno condannato per non aver lasciato spazio nemmeno al ricordo della gaudente Belle Èpoque. Come il Mersault di Camus, punito per non essere andato al funerale della propria madre. Non per l’omicidio. E lui, per aver riso sguaiatamente al funerale del mondo. Un pretesto qualsiasi. Altro che «intelligenza col nemico»! Altro che «pamphlet antisemiti»! Gli ebrei, la loro scusa. Figurarsi se si sarebbero scomodati per loro! Parliamoci chiaro, l’Ebreo nessuno l’ha mai sopportato. Né nel vecchio né nel nuovo continente. Se hai letto i graphic novel di Will Eisner, sai com’era anche a New York, negli anni ’30 e ’40. Dalla diaspora in poi, sempre stati sui coglioni a tutti. Proprio grazie ai cristiani, tutti amor e caritas. Son loro che, all’inizio, li hanno additati al mondo intero come gli assassini di Dio in Terra! E non basta. L’invidia per l’autoproclamato «popolo eletto», con la sua pletora di genî. L’età moderna è tutta una sequela di loro persecuzioni. Altro che! Isabella di Castiglia, la gran cattolica, da una parte finanziava la spedizione di Colombo e dall’altra emanava il decreto di Alhambra, per espellere tutti gli ebrei sefarditi dalla Spagna. Nonostante che fossero spagnoli da generazioni. E li ha accolti l’Impero Ottomano, quello di «mamma li Turchi!». I musulmani ‘infedeli’. Pensa te! Ricordi Shakespeare, Il mercante di Venezia?...”

“«If you prick us, do we not bleed? If you poison us, do we not die?»” declamò l’altro, con affettazione.

“Proprio lui. Shylock, l’usuraio ebreo. Uno degli inventori del prestito a strozzo. Beffeggiato e fregato senza pietà dai gentili. Da una donna, per di più! Dovunque, gli Ebrei come fumo negli occhi. Gli ashkenaziti orientali, in Russia, dal 1880 agli anni Venti, un pogrom dietro l’altro. Ora, ragioniamo, Céline era nato proprio nell’anno dell’affaire Dreyfus. L’antisemitismo l’aveva succhiato col latte. Non dalla madre, perché l’aveva messo a balia in campagna e, quanto a questo, non credo neppure dalle due nutrici. Ma quel mediocre di suo padre, immagino quanto sarà stato di larghe vedute! «J’accuse..!» Figurarsi! Era mica Zola, lui! Non l’avrebbe rischiata di sicuro la multa e la galera, per difendere un ebreo. E quando la questione si risolse, otto anni dopo, magari lui e chissà quanti altri non saranno stati nemmeno convinti della sua innocenza. Come diceva Voltaire, «Calunniate, calunniate, qualche cosa rimarrà sempre». Tutti ricordano le accuse, nessuno nota le smentite. E poi, scusa, ancora adesso, quanti di noi filosemiti, per dare dell’avaro a uno, gli dicono ‘ebreo’ o ‘rabbino’?”

“Sì, ma insomma è razzismo.”

“Certo! È precisamente quello che ti sto dicendo! Il razzismo! Ma non di Céline! Il suo brodo di coltura. Per allevarci i suoi virus. La penna e la carta, invece dei vetrini. E sopra, la sua scrittura batterica, contagiosa, epidemica. Parliamoci chiaro, i critici, per lo più, non capiscono un cazzo. Una volta, ne ho sentito uno dire che, se in un romanzo ci sono molti dialoghi, non è un buon romanzo. Per dire.”

“Sono d’accordo con te. E gli scrittori sono i peggiori critici, perché pretendono che il loro stile sia la misura di tutte le scritture e quindi quello che scrivono gli altri non va mai bene.”

“Soprattutto quelli ‘di sinistra’, che poi sono gli unici degni del nome di critici. Ma annebbiati dall’ideologia. Come i cattolici. Coi paraocchi, orientati in due direzioni opposte, ma sulla stessa linea. Faceva bene Céline a rinnegarli tutti: «Il critico di me stesso, a partire da oggi, sono io». Devo dire però che, a suo tempo, mentre non mi ha stupito il giudizio negativo della Ginzburg, quello di Moravia, che lo definì «spazzatura ideologica», sì. Così banalmente conformista. Proprio lui, che aveva descritto il conformismo come il peggiore dei mali, il viatico al fascismo. Ma soprattutto mi ha sorpreso Pasolini, che scriveva su D’un chateau l’autre, nel ’73, dodici anni dopo la morte di Céline, e non ne aveva capito niente. Arrestatosi alla superficiale apparenza. Lui, sempre così geniale negli approfondimenti. Che invece avesse equivocato, come gli altri, peggio degli altri. A dire il vero, dava l’impressione di non averlo neppure letto. Di essersi fidato di quello che ne dicevano i ‘compagni’. Nonostante che anche con lui non fossero stati tanto teneri. Tolta la tessera del partito, espulso, perché era omosessuale.”

“Che Pasolini non lo avesse letto non mi stupirebbe più di tanto. Ricordo ancora una sua intervista, in cui stroncava Love story di George Segal, confessando appunto di non averlo mai letto. Perché, diceva in sostanza, per giudicare certa roba non c’è bisogno di leggerla. In quel caso aveva perfettamente ragione, ma Céline è tutt’altra cosa.”

“Già, e pensare che, all’uscita del Voyage, la sinistra l’aveva osannato, Sartre, Aragon, Valery, Bataille. Persino quel simil-prete di Bernanos. Si erano tutti sperticati in paragoni iperbolici. Dopo, il voltafaccia, i confronti altrettanto esagerati, ma infamanti. C’è poco da fare, l’umanità è sempre così: prima la gloria, l’osannante agitare di palme, e poi, quando gira il vento, «crucifige!». Per me Gide era stato l’unico ad avere le idee chiare, quando definì le Bagatelles un «gioco letterario» e parlò di «eccessi del linguaggio satirico». Lui, che aveva bocciato Proust! Qui aveva visto giusto. In pieno! E poi (ti rendi conto?), Céline vituperato dai francesi e difeso da Henry Miller. Un americano! Il quale peraltro gli doveva tutto, stilisticamente parlando. Aveva riscritto interamente il suo Tropico, dopo aver letto il Voyage. O da Bukowski, che lo ha definito «il più grande scrittore di tutti i tempi». E quelli della beat generation, suoi ferventi ammiratori. Ginsberg e Burroughs, che sono andati a rendergli deferente omaggio, nel ’58. Americani, che hanno capito (incredibile!) quello che è sfuggito a tanti europei: che l’unico contenuto degli scritti di Céline è lo stile letterario o, per meglio dire, lo stile emotivo. Lo diceva chiaro, lui: «Ce qui compte, c’est le style», ma non certo quello «da diploma di maturità». Uno stile che seduca l’emozione, la conquisti e la sappia trasmettere. Perché «in principio era l’emozione». Quindi, niente Storia, meno che mai Filosofia! Céline se ne frega della realtà. Per quella bastano i giornali, la televisione. «Ce ne sono di storie, con documenti, fotografie... Non c’è più bisogno di tutto questo». Se ci pensi, è la stessa cosa che diceva Matisse, per la pittura: «Il compito della pittura non è più quello di raffigurare avvenimenti storici, che si trovano già nei libri. La funzione della pittura è ben più elevata: serve all’artista, per esprimere le proprie visioni interiori». E Céline se ne strafotte anche dell’ideologia: «Le idee, niente è più volgare». Non ci pensa neppure ad aderire a qualche dottrina, a elaborare teorie personali, ad avanzare proposte coerenti. Lo proclama chiaro e tondo: «Io non sono un uomo da messaggi». Come tutti i poeti, vive nel mondo parallelo della propria fantasia anarchica, dov’è l’unico dio. Un luogo a migliaia di anni luce dalla Storia, dove persino la cronaca è stravolta dalla fastosità del suo linguaggio onnipotente, ri-creata dal suo lessico rabbioso e insultante. Dove Io/dio può permettersi di dissacrare qualunque divinità, demolendola col suo sghignazzo diabolico, polverizzandola col suo vocabolario oltraggioso. L’incredibile è che i critici abbiano preso per vere le ‘bugie’ che, mascherato, scriveva nei romanzi (i suoi sono tutti romanzi!) e non gli abbiano creduto, quando parlava sinceramente della propria arte, a viso scoperto. Conosci Wolinsky?”

“Vuoi dire Georges Wolinsky, il vignettista francese? Sicuro! Charlie Hebdo eccetera. Che cos’ha a che fare con Céline?”

“Niente, ma fammi dire. Un suo libro, Les Français me font rire (anche lui in prima persona), è una raccolta di vignette, in cui si vedono due tipici borghesi, che parlano di politica, al bar. Uno sciorina tutto il repertorio dei peggiori luoghi comuni fascisti e l’altro approva e rincara. Poi, il primo dice (e a me pare il top): «I negri ci dovrebbero ringraziare, perché gli permettiamo di vuotare le nostre pattumiere» e l’altro annuisce entusiasta. In quella frase c’è tutta la Francia colonialista e xenofoba. Allora, è razzista Wolinsky? Se un pazzo qualunque lanciasse un progetto per sterminare tutti i neri, eliminarli dalla faccia della Terra, i francesi lo processerebbero per istigazione, per complicità? Non credo. Siccome si sa che fa satira, a nessuno verrebbe in mente di farlo, per quel libro o altri simili, che ha illustrato. Ma non è detto... Qualcuno ha ricordato Jonathan Swift e il suo A modest Proposal. Come sai, la sua proposta consisteva nell’ingrassare i bambini irlandesi denutriti e darli in pasto ai ricchi proprietari terrieri. Il suo argomento era supportato da statistiche e dati precisi sul peso e il prezzo degli infanti, oltre a fornire le ricette per cucinarli. Difficile immaginare un intento satirico più patente. Eppure molti suoi contemporanei lo fraintesero e criticarono il cattivo gusto del suo progetto. Gli anglosassoni, si sa, il buon gusto prima di tutto! Puoi star certo che, se un folle avesse attuato un programma di cannibalismo su vasta scala, Swift sarebbe stato considerato correo dalle autorità preposte. Mandato al rogo! Tra parentesi, nel suo piccolo, anche Céline, nel ’33, aveva pubblicato un articolo provocatorio contro il potere economico: «Per eliminare la disoccupazione elimineremo i disoccupati?». Ti faccio un ultimo esempio. Io, fin da ragazzo, ne ho conosciuti diversi, che si professavano «cattolici praticanti» ed erano ladri patentati. Una mia prozia aveva un fattore (allora c’era la mezzadria), che teneva nel cappello un santino con l’immagine della Madonna e portava sempre il rosario in tasca. Li esibiva entrambi, a ogni pie’ sospinto. Come una fideiussione religiosa. L’ha derubata più che ha potuto. Non che lei non se lo meritasse, come tutti i parassiti suoi pari, ma questo è un altro discorso. Un mio cliente è morto all’improvviso, prima di aver apposto la propria firma sul testamento olografo, col quale nominava erede universale il proprio unico figlio naturale diciannovenne, non riconosciuto, perché la legge pretesca di allora non consentiva il riconoscimento dei figli adulterini. I due fratelli del morto, «cattolici praticanti» e che conoscevano da sempre quel nipote, si sono presi tutta l’eredità, senza fare una piega. Potrei citare altri casi, ma è solo per dire che io diffido massimamente di tutti coloro che si proclamano «cattolici praticanti». Li considero, come minimo, ladri ipocriti, puttanieri moralisti, pedofili virginali e altro. Raccomando a chi stringe loro la mano di contarsi le dita, dopo. E tenere i propri bambini lontano dalle parrocchie dei loro sacerdoti, dai loro collegi. Con tutto ciò, sia chiaro, ce n’è sempre qualcuno buono, di preti. Lo ammetteva persino Voltaire. Ma io ho detto più volte ad amici e conoscenti che i cristiani, in particolare i cattolici, sono più fondamentalisti degli islamici. Che, pur avendo seicento anni di vantaggio sui musulmani, han continuato a bruciare cosiddetti eretici e streghe fino a relativamente poco tempo fa, con la scusa di Dio. Che è colpa loro, dei baciapile, se abbiamo impiegato tanti anni, per avere il divorzio, e se non abbiamo ancora una legge che riconosca i diritti degli omosessuali, eccetera. Bene. Se io queste cose e tutto il resto che penso di loro li scrivessi in un libro e un pazzoide riprendesse la persecuzione sistematica dei cristiani, con metodi più moderni del Circo Massimo, mi processerebbero per il mio anticristianesimo, come un Nerone redivivo? Mi accuserebbero di «intelligenza col nemico» musulmano? Credo che potrebbe succedere. Con Céline l’hanno fatto.”

“Non esageriamo! Non è così semplice.”

“Ah, no? Dico io, uno legge: «se Einstein non fosse giudeo, se Bergson non fosse circonciso, se Proust fosse soltanto bretone, se Freud non avesse il marchio... non si parlerebbe molto né degli uni né degli altri... non sarebbero certo quei geni che fanno sorgere il sole!», legge questo, dico, e pensa che sia Céline a parlare? Anzi, che sia addirittura il pensiero del dottor Destouches? Quello stesso, che aveva esordito con l’agiografia dell’ebreo Semmelweiss? È come dargli del coglione integrale! Di quello che, a quarantatré anni, ha già il cervello in pappa! Del precoce demente senile! Del totalmente incapace! Altro che ‘intelligenza’, dovevano accusarlo di ‘idiozia col nemico’, semmai! Per di più, subito dopo, fa dire a Popol, a scanso di equivoci, addirittura didascalico, per i meno intuitivi: «Ferdinand, eccoti diventato un fanatico, insomma parla pure, ma ti avverto, ti metto in guardia, gli Ebrei sono molto intelligenti... ci son solo loro in Francia che leggono i libri». Chi è che parla, qui? Il fatto è che tutti si ostinano a credere nell’identità fra l’io narrante e Louis-Ferdinand-Auguste Destouches. Han capito niente! Intanto, il suo primo trasformismo: Céline non è Destouches! Il nome di sua nonna («il mio nome di battaglia» lo definiva) è la sua maschera, te l’ho detto, la maschera che il dottore indossa quando scrive. Non è Destouches il pornografo turpiloquente, oltraggioso e diffamatorio. Col suo sesso esplicito e grottesco, le sue inculate al burro. L’orgia vomitevole durante la traversata della Manica. Déguelasse! «Lei, dottore, così educato». Destouches si travisa, per essere altro da sé. La funzione di tutte le maschere. Per essere Dio. Il sogno di tutti gli artisti. Per pervertire la realtà, per ri-crearla. E poi, la grande intuizione di Rimbaud: «Je est un autre». In fondo, un diverso modo di esprimere il concetto di alter ego. Che ‘io’ non è mai ‘io’. Appena lo pronunci, è di un altro che parli. Un «altro io» appunto. E dunque Bardamu, il Ferdinand letterario e tutti i suoi alter ego, nient’altro che personaggi. Ogni artista ha il proprio modo di mascherarsi, si sa. Stevenson, per dire, si travestiva alternativamente da ‘Dr Jekill’ e da ‘Mr Hyde’. Joyce scriveva ‘Leopold Bloom’ e ‘Stephen Dedalus’ e ‘Molly Bloom’. Kafka, ‘K.’. Céline, ‘Bardamu’, ‘Io’, ‘Ferdinand’. Tutti characters! E le loro vite, tutte invenzioni: «Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. È la sua forza. Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose è tutto inventato». Allora ecco il vangelo secondo ‘Io-Ferdinand’ Céline: la Paura. Lo sai anche tu. La Minaccia. Impersonata, per comodità, dall’Ebreo. Uno stereotipo. Perché tutti capiscano subito. E tuttavia, quando ‘Io-Ferdinand’ dice ‘Ebrei’, non pensa certo ai poveri. Perché li curava gratis i poveri, il dottor Destouches. Di ogni ‘razza’ o colore. L’ha fatto per tutta la vita, il ‘razzista’. Alla fine, ha scelto di vivere nella banlieu, quasi una metafora della periferia della vita, con vista sulle Officine Renault. Ma non sarebbe mai diventato il medico personale del signor Louis Renault, se fosse stato ancora in vita, puoi scommetterci. Era il medico degli operai, lui, non dei padroni! «Crepino i padroni! E subito!» Forse, nell’arena sanitaria, la sua iniziale competizione era stata facilitata dalla piccola Edith, la figlia del direttore della Scuola di Medicina, ma lui non era tipo da salotti borghesi. Quella vita lo annoiava. Voleva essere libero: le officine Ford a Detroit, la missione in Senegal. Nemmeno la nascita della figlia lo aveva trattenuto. Questo, per dire che il suo personaggio non può deviare del tutto dal DNA del proprio autore. Quindi, quando dice ‘Ebrei’, pensa ai ricchi, ai banchieri, ai proprietari delle fabbriche, delle acciaierie. Rothschild und so weiter. Dice ‘Ebrei’, ma intende ‘Capitalisti’, ‘Finanzieri’, ‘Borghesi’. Lo capirebbe chiunque che per lui ‘Ebrei’ non è un’indicazione etnica, ma sociologica. Tutto il mondo capitalista e finanziario è ‘Ebreo’. Non c’entra la ‘razza’ né la religione. Céline recitava il Mea culpa, contro gli orrori della Russia, «un vero incubo disgustoso», e contro Stalin, «nient’altro che un boia imbecille». Infamava quello che i burocrati aristocratici del partito con livree da proletari, avrebbero poi chiamato pomposamente «socialismo reale». Aveva previsto anche l’uccisione di Trotzkij, che quando non sarebbe più servito, Stalin l’avrebbe fatto eliminare. La storia gli ha dato ragione. Era lui il vero comunista. Louis-Ferdinand-Auguste Destouches, comunista genetico. Seguace sanguigno di Marx (ebreo). Non nelle parole, nelle opere. «Io mi sento comunista in ogni fibra!». E ce l’aveva a morte anche con gli USA. Gli americani, i peggiori distruttori dell’individualismo, della dignità umana. Comunismo e Consumismo ugualmente delittuosi. Il loro prodotto, uomini acefali, ignoranti e avidi, «completamente privi d’immaginazione e di senso critico, dei cretini». Irrecuperabili. «Sono ugualmente letamai uno e l’altro. Il proletario è un borghese che non è riuscito», uno che non ce l’ha fatta a realizzare il proprio sogno di diventare capitalista. La conferma l’abbiamo avuta con la caduta del comunismo russo, con la progressiva trasformazione di quello cinese in comucapitalismo. Céline, dunque, la Paura. Un sentimento sempre attuale, che ha attraversato i secoli fino a oggi. Le scuole non ci inculcano forse la Paura, fin da bambini? Le religioni non ci hanno indottrinato con l’invenzione del Bene e del Male, il terrore del Diavolo? Il Potere non ha sempre insegnato a dividere l’umanità in ‘buoni’ e ‘cattivi’? E il ‘cattivo’, quello che impersona il Male, l’ho già detto, è sempre l’altro, il diverso. Il Pagano, l’Ebreo, il Turco. Adesso l’Arabo, il Musulmano. Leggi le ultime cose scritte da Oriana Fallaci e mi saprai dire. Vai in un qualunque aeroporto e ti accorgi che è dominato dalla Paura. Metal detector, radiografie. I veri terroristi siamo noi, che ci portiamo dentro il panico, anche senza saperlo, come un tumore nascosto.”

“Non divagare.”

“Impossibile! Lo sai, io di-vago sempre, in qua e in là, ma rimango nei paraggi. Dunque torniamo a Céline. Forse considerava il Capitalista-Finanziere-Ebreo un guerrafondaio. Come dargli torto? I Rothschild hanno moltiplicato la loro fortuna, con le guerre. Armi uguale oro. E non solo i Rothschild, in Germania. Anche Ford, negli States, con tutto che detestava gli ebrei. Business is business! Gli affari non hanno morale. Pecunia non olet! Forse, in principio, Céline (se non proprio Destouches) credeva anche che Hitler fosse un pacifista. E pacifisti lo erano tutti, disperatamente, nella Francia uscita dalla Grande Guerra. Col lezzo dei cadaveri ancora nelle narici. I piedi ancora impastoiati nel carnaio delle trincee. Se è così, bisogna riconoscerlo, Ferdinand aveva scazzato in pieno. In effetti, una volta ammise di essersi sbagliato sul pacifismo degli hitleriani. Ma, insieme a lui, un esercito di altra gente. Non dimentichiamoci che, nel ’38 a Monaco, Chamberlain e Deladier avevano accolto le pretese di Hitler sulla Cecoslovacchia, che, l’anno dopo, Germania e URSS si erano spartiti la Polonia. E il tragico pagliaccio aveva riscosso consensi anche fra gli intellettuali e non solo in Europa. Pensa, appunto, a Ezra Pound. O a T. S. Eliot. Perché l’omino coi baffi si era presentato proprio in quella veste. Molti l’avevano visto come una specie di Gandhi occidentale, l’uomo della Provvidenza. Prima che si abbandonassero anima e corpo alla follia, lui e i suoi complici, rivelando il proprio vero volto al mondo intero. E poi non si può mettere un uomo alla gogna, per tutta la vita, solo perché ha preso un abbaglio. Come scrisse Miller: «The world can well afford to overlook the ‘mistake’ (if such it was)», il mondo può chiudere un occhio su questo ‘errore’, se lo fu. Tuttavia aveva scritto «devo confessare che per me non c’è nessuna differenza tra l’esercito ebreo di Blum e l’esercito crucco dei Falkenhayn... Stesso brodo, per me». Non basta? Comunque dopo, di sicuro, l’aveva capito bene di che pasta erano, baffetto, le sue SS e la sua Gestapo. Il buffone terrifico, alla Charlie Chaplin. Ma già nel ’33, nella commemorazione di Zola: «Hitler non è l’ultima parola, forse ne vedremo qui di più epilettici ancora». E poi: «Lo sbraitare hitleriano, quel neoromanticismo urlante, quel satanismo wagneriano mi è sempre parso osceno e insopportabile». Per questo, si guardò bene dall’accettare le loro proposte di collaborare. Del resto, nel ’39, un giornale delle SS aveva insinuato che il Voyage, che giudicava privo di qualsiasi valore letterario, avesse avuto successo, solo perché i francesi avevano creduto che fosse stato scritto da un ebreo. E sta di fatto che il dottor Destouches, già corazziere Destouches, decorato nel ’14 come eroe antitedesco, era convinto che, se avessero vinto la guerra, i crucchi l’avrebbero ammazzato. Ma ormai era troppo tardi. Che dire di Sartre, allora (Tartre, Tartaro, come lo chiamava lui), il verme solitario che, al massimo, può aspirare a diventare un fenomeno, una tenia che suona il flauto («ténia, certes, mais pas cobra, pas cobra du tout... nul à la flute»)? Sartre, che aveva scritto su riviste collaborazioniste (Céline non l’ha mai fatto!) e poi aveva parteggiato per l’URSS, affermato addirittura che sotto Stalin ci fosse libertà di espressione, ricredendosi solo dopo l’invasione dell’Ungheria! Ma la Siberia c’era già da prima! I gulag! Però nessuno l’ha mai mandato sotto processo, per questo. Né lui né nessun altro difensore del mortifero «socialismo reale». Mi dirai: ma Ferdinand se la prendeva anche con gli asiatici. Il «pericolo giallo», un altro luogo comune. E allora il suo grido d’allarme: «I Cinesi alla Loira!». Ancora una battuta paradossale. Però aveva visto giusto, ammettilo! Sessant’anni prima, abbondanti. Eccoli qua, oggi, i Cinesi. Dovunque. Comprano intere regioni dell’Africa, del Sud America. Le fabbriche dell’Europa e degli USA. Sono dappertutto. I nostri figli andranno a pulire i vetri delle macchine, ai semafori di Pechino. O di New Delhi. La Cindia. Per la precisione, Ferdinand non risparmiava nessuno. Né africani né europei. Un po’ xenofobo, forse, ma neanche. La sua era l’ostentazione di un equanime disprezzo verso tutta l’umanità, di un odio onnicomprensivo: «Vivrei un migliaio di anni, se fossi certo di veder crepare il mondo». La Cindia, dicevo. Il futuro prossimo venturo, che è già presente. Allora? Era un veggente Céline? L’oracolo del XX secolo? Cassandra in pantaloni? Aveva preconizzato «un’arte del brutto e dell’orrido» e l’abbiamo avuta. L’art brut di Dubuffet, Jean-Michel Basquiat e gli altri. No. Era un artista, un poeta. Semplicemente. Hanno la vista lunga, quelli, scorgono cose, delle quali noi umani non sospettiamo neppure l’esistenza. Bellezze occultate dall’inganno del reale, l’opaco «velo di maya», trasparente per loro. Possiedono occhi più potenti di Superman, capaci di vedere attraverso lo spazio e il tempo. Con poche parole magiche, a chi ha orecchie per udirle, rivelano tutti i segreti della vita, spalancano le porte dell’universo. Sono i veri sciamani, intermediari fra il mondo degli uomini e quello invisibile degli dèi. Sanno creare realtà parallele, alternative. Quelle di Céline, terribili, senza speranza. Rivelatrici! Veri romanzi dell’orrore quotidiano. L’ordinaria mostruosità. Quella che l’Akkademia, la Kultura del potere borghese nasconde, imponendo la dittatura mistificatrice del finto Bello: Belle Lettere, Belle Arti, Belle Maniere, Bel Parlare, Bello Scrivere. Invece no, la volgare Merde di Céline non odora di gelsomino, ma di Morte! I suoi incubi del reale, non contengono consolatorî castelli gotici! Terrore puro. Qui e adesso. Destinazione Tenebra. Viaggio di sola andata verso il Nulla. Vero vaticinio. Un bel po’ di anni prima di Beckett, di Giacometti. Senza aver ancora visto la bomba atomica! In un’intervista, disse che gli uomini erano attratti oscuramente dalla morte: «Ho notato alcuni guidare l’automobile in modo sospetto. Non è per caso che si schiantano contro un albero». Stravagante provocatore! Ma pensa a quel che scrive Ballard nel suo Crash. Si sa, la politica capisce niente di poesia e viceversa. Hitler parlava di «artisti depravati». Margaret Thatcher aveva definito Francis Bacon «quell’uomo che dipinge quegli orrendi quadri». I poeti, aveva ragione Platone a volerli tener fuori dalla sua Repubblica. Arte e Politica due entità non comunicanti. Vere monadi leibniziane. Ma Céline non si è mai sognato di proporre lo sterminio degli Ebrei!”

“Il tema della paura è interessante, ma non sono convinto. Perché gli Ebrei e non i Marziani, allora?”

“Mi meraviglio di te! Prima di tutto, alla fantascienza nessuno crede davvero. A parte La guerra dei mondi di Orson Welles. Di solito, la gente va a vedere i film di mostri alieni, come se si facesse le smorfie davanti allo specchio. Per spaventarsi un po’, ma senza rischio. E poi anche la fantascienza è consolatoria. Stimola la speranza, l’ottimismo. Per reazione. Prima ti terrorizza, poi ti rinfranca. Spaventosi finché vuoi, ma comunque gli Extraterrestri vengono sempre sconfitti dai Terrestri, alla fine. Qualche centinaio o migliaio di morti, ma poi c’è la riscossa. La catarsi. Metafora di tutte le guerre, a ben guardare. Non è il suo genere. Per Céline, dalla guerra non ci si salva. Nella migliore delle ipotesi, continui a vivere attorniato dai fantasmi. O resti rintronato per tutta la vita. Anche se ti hanno ferito solo a un braccio, è sempre la testa a risentirne. Per questo gli si perdona quella piccola balla. Tra parentesi, quanto a bugie militaresche, quel nano di Faulkner ha fatto ben di peggio: s’è inventato una ferita alla testa, senza nemmeno essere mai stato in guerra. La Paura di Céline, dicevo, è totale. Assoluta! La catastrofe senza scampo. La vita è un disastro, dal quale non usciremo vivi. Aveva cominciato con la paura delle malattie, «le sofferenze senza senso del genere umano». Per questo, la sua vocazione di medico. La medicina come magia. L’unica in cui credeva. «La mia vocazione è la medicina, mica la letteratura». Per esorcizzare la Morte. Riscattare l’umanità, ostaggio del dolore. L’umanità ammalata di miseria e di ignoranza, prima ancora che di patologie. Ma deve aver scoperto presto la sostanziale impotenza di quell’arte. «La médecine, cette merde». Il suo fallimento. Eppure ha continuato a praticarla fino alla fine. Fallimento e perseveranza, ci tornerò. Pur sapendo che non poteva esserci salvezza per i viventi, diseredati da Dio e dagli uomini. Tutti malati terminali. Sopravvissuti a tempo determinato. Tuttavia li ha curati. Come si curano, nelle trincee fangose, i soldati agonizzanti. Ben consapevole della loro unica, mortale ricompensa finale. E allora è ricorso all’altra Arte, la Scrittura. Orrore e Morte anche con quella, all’ennesima potenza! «La grande ispiratrice, la morte». Ma Orrore e Morte programmati. Governati con altissimo mestiere. Per ridere malignamente. «Non c’è niente di più comico dell’infelicità» dice Nell nel Finale di partita beckettiano. Come nei cartoni animati. Stragi, bazzecole! Massacri, bagatelle! Perché gli Ebrei, dici. Ma è ovvio! Te l’ho detto prima. Perché erano reali e gli attori ideali per interpretare la Minaccia, il Pericolo. Perché quel copione era già scritto. Da secoli. Noto a tutti. Non c’era bisogno di inventare niente. Bastava una «variazione sul tema». Nessun rischio d’incomprensione. Stiamo ai fatti. L’antisemitismo. Lasciamo perdere la regina Isabella e Shakespeare e veniamo ai tempi nostri. Nell’Ottocento, c’era stato il Biarritz del falsario Goedsche, che aveva ripescato i dialoghi satirici di Joly e descritto un’assemblea segreta di rabbini. Fin qui, poco male. Un libello da quattro soldi. Sulla scia del Giuseppe Balsamo di Dumas, col suo complotto del massone Cagliostro. Peccato che, all’inizio del Novecento, in Russia, la polizia segreta zarista se ne sia servita per inventare i Protocolli dei Savi di Sion, spacciati come carte segrete di cospiratori giudaici con la mira di impadronirsi del mondo. Cazzate, diremmo oggi. E anche allora, perché, nemmeno vent’anni dopo la loro pubblicazione, il Times smascherò la falsità dei documenti, plagiati in qua e in là. Dunque, finita lì. Nemmeno per sogno! Gli antisemiti han continuato a crederci! E ancora oggi c’è chi è convinto dell’esistenza di un intrigo internazionale ordito dagli Ebrei, per conquistare la Terra. Tipo la Spectre nei film di 007. D’altra parte, adesso Israele ci sta mettendo del suo, con le sue armi nucleari e quello che fa ai Palestinesi, sempre sostenuta dal Capitale americano.”

“Rimaniamo a Bagatelles, per favore.”

“Giusto. Siamo nel ’37. Il folle progetto di eliminare fisicamente gli ebrei non c’è ancora. Comincerà nel ’41. Dopo la fine della Grande Guerra, a causa delle difficoltà materiali, in Germania gli Ebrei erano visti come la solita incarnazione della Minaccia per gli Ariani. Queste idiozie sulla tutela della razza non le aveva neppure inventate Hitler, lo sai. Vengono da ben più lontano. Le leggi di Sparta, le idee di Platone, di Tommaso Campanella. Ma soprattutto dagli USA. La parola ‘eugenetica’ l’aveva coniata Francis Galton, l’inglese cugino di Darwin. Ma gli americani ne fecero una specie di religione, già a partire dalla fine dell’Ottocento. Duncan McKim era arrivato a consigliare l’eutanasia dei «geneticamente inferiori», mediante il gas dell’acido carbonico. E Hamilton Laughlin ce l’aveva, in modo particolare, proprio con gli ebrei. Tutti sostenevano la necessità di utilizzare la sterilizzazione coatta. Non so se sai che gli americani hanno continuato a praticarla fino al 1973! Abolita solo trent’anni fa! Sta di fatto che l’omino coi baffi, appropriatosi di quelle teorie, dapprima aveva creduto bene di «proteggere il sangue tedesco», provocando l’emigrazione in massa degli ebrei. Fino al ’38, Eichmann, il burocrate zelante («surtout pas de zèle» raccomandava Talleyrand), organizzava il loro espatrio forzato. Le «arianizzazioni coatte», per costringere gli ebrei a vendere le loro aziende. Dopo, ha fatto carriera ed è passato agli ammazzamenti massivi. Ma, in quel momento, nessuno ci pensava. Tra parentesi, di fronte a quelle vere e proprie espulsioni, gli altri Paesi come si comportavano? Gli inglesi, che, come gli americani, avevano appositamente inasprito le leggi sull’immigrazione, rifiutarono anche di far arrivare gli ebrei in massa in Palestina, preoccupati solo di evitare tensioni con gli arabi. Bisogna ammettere che erano stati previdenti. Svizzera e Svezia ridussero drasticamente l’accoglienza. La Francia la negò del tutto. In Polonia, Romania e Ungheria esistevano già forti correnti antisemite. Se hai letto i romanzi di Piasecki, sai cosa intendo, ed è notorio che, più tardi, i polacchi furono i più accaniti persecutori degli ebrei, ancor più zelanti del tedesco invasore. Nel luglio del ’46 (quindi senza più l’alibi del crucco sterminatore), a Kielce, qualcuno sparse la voce che gli ebrei avessero rapito un bambino, per usarne il sangue. Nel pogrom che seguì, assassinarono quaranta ebrei e ne ferirono ottanta. Tutto questo, per dire che l’argomento invettiva contro l’Ebreo prometteva di far cassetta. In questo, Céline aveva visto giusto, e anche Denoël. Settantacinquemila copie vendute, ti rendi conto? E più di cinquanta recensioni, per lo più favorevoli. L’anno dopo, già lo traducevano in Germania (sia pur stravolgendolo), Polonia, Italia. Che poi, l’ingiuria, parliamone. Ti ricordi cosa scrive Céline dei malati? Le offese più atroci. Lo sbeffeggiamento delle loro sofferenze. «Che tossiscano! Che scaracchino! Che si disossino! Si sderetanino! Che s’involino con trentamila scoregge nel codrione! Io mi ci spalmo!» Dunque se ne fregava, li disprezzava, li odiava addirittura? Mai più! Hai letto Il richiamo della foresta di Jack London?”

“Sì, da ragazzo, ma che c’entra?”

“C’è una scena, in cui il padrone di Buck, dopo avergli ordinato di saltare in un burrone, lo trattiene all’ultimo momento e lo abbraccia, mormorandogli all’orecchio una sequela di terribili insulti, che sono la sua manifestazione d’amore profondo per il proprio cane. E allora vai a rileggerti la descrizione della morte della lupa di Céline. Quindi, dicevo, visto il favore di pubblico, con cui erano state accolte le Bagatelles, l’anno dopo, L’École des cadavres. Quando un film ha successo, se ne produce subito il sequel. Per Ferdinand era un invito a nozze. Ci sguazzava, lui, nelle filippiche ingiuriose. Fin dal Voyage, da Mort à credit. Ormai era la sua cifra. D’altronde, di fronte alla mostruosità dell’esistenza, aveva due sole possibilità: o la geremiade o la collerica imprecazione. Perché, si sa, alle disgrazie si reagisce o abbattendosi o incazzandosi. E lui, il titanico affabulatore, non si sarebbe mai arreso alle saturniane minacce, senza rispondere con la propria irosa verbosità. Senza saperlo, metteva in pratica l’insegnamento del maestro zen Bankei: se sei in collera, non ti trattenere, ma dàlle libero sfogo.”

“La lettura di Céline in chiave zen non l’avevo mai sentita.”

“Lascia stare. È che le tirate rabbiose erano la sua gran goduria. Pour épater le bourgeois. Sorprenderlo e castigarlo. Criticarlo crudelmente. Come faceva Honoré Daumier, coi suoi disegni satirici. O James Ensor, con le sue maschere grottesche. O Georg Grosz, con le sue spietate caricature. Come han sempre fatto tutti i caricaturisti. E Bagatelles non è altro che un’enorme caricatura verbale, tutta sberleffi, capriole stilistiche, barocche aggettivazioni, esagerazioni apocalittiche, pantagruelica logorrea, premeditata coprolalia. Par di vederlo, davanti ai suoi fogli uniti con le mollette da bucato, le labbra incurvate in un sorriso di beffarda pietà, lo sguardo sarcastico da dio/diavolo ri-creatore, mentre plasma il mondo, felice di mostrare tutto il fango merdoso che lo compone, per poi divertirsi luciferinamente a distruggerlo. Perché, come ha scritto Graham Green, «la distruzione, tutto sommato, è una forma di creazione». E l’aveva già detto Sade: «La destruction est donc une des lois de la nature comme la création».”

“E allora perché, secondo te, due anni dopo, ne ha proibito la vendita?”

“Sì, ma per poco. Han continuato a ripubblicarlo fino al ’45.”

“D’accordo. Ma, dopo la guerra, è stato Céline a vietarne la riedizione. E la vedova mantiene tuttora il divieto.”

“Lo vedi? L’hai detto tu stesso. Ecco la conferma della mia tesi! Céline, il gigante in un mondo di nani, si credeva onnipotente. Era un dio terreno, possessore dell’unico strumento della creazione: la parola. «In principio era il Verbo». Non è così? E dunque con la parola tutto gli era permesso. Poteva far nascere dal nulla qualsiasi universo. Gareggiare col Dio metafisico in esibizionismo, oscenità, crudeltà, turpitudine, orrore. Oltraggiare tutto e tutti. Combattere la Speranza con le frasi più feroci, annichilirla con la violenza del terrore verbale. Sbattere in faccia a tutti che la vita è il supremo gioco al massacro. Una continua lotta nel fango impastato con la merda. Non lasciare scampo a nessuno. Confidava che il suo messaggio disperante venisse recepito. La sua Cattiva Novella. Che non avere Speranza ci fa vivere come nel Paradiso Terrestre. Che questa putrida particella sperduta nell’universo è il migliore dei mondi possibili. Contava che l’umanità, persa ogni illusione, sarebbe divenuta inattaccabile dal dolore, dalla sofferenza. Che le sue visioni apocalittiche, eliminando ogni chimera, l’avrebbero resa per sempre immune dal veleno della vita. Mitridatizzata. Atarassica. La Disperazione come punta estrema dell’ottimismo. Povero Gulliver, incapace di valutare la pericolosità dei minuscoli lillipuziani, che lo circondavano! Scoprì a caro prezzo quale malvagità possa scaturire dalla sordità morale, dalla refrattarietà a comprendere il linguaggio dell’Arte. Si può ben capire che sia uscito fiaccato, nello spirito, più ancora che nel corpo, dall’esperienza della perfida meschinità degli uomini, sempre pronti a rialzare chi è ritto e a schiacciare chi giace.”

“E allora, perché non smise di scrivere? A Meudon, avrebbe potuto chiudersi nel silenzio, limitarsi a fare il medico, a curare i poveri.”

“Ecco il fallimento e la perseveranza, che ti dicevo. Aveva finalmente realizzato che, con le Bagatelles e L’école des cadavres e i cosiddetti pamphlet, aveva fallito. Forse aveva anche capito che non c’era niente da dire e che era inutile dirlo. Ma bisognava che lo dicesse comunque. E quindi continuava a scrivere, per una specie di dovere verso sé stesso, verso la propria follia creativa. Lucette ha riferito che, quando ormai gli restava poco da vivere, l’unica cosa importante per lui era finire Rigodon. Ed è morto il giorno dopo aver messo la parola ‘fine’ in fondo alla pagina. Ha scritto fino all’ultimo, perché non poteva farne a meno, appunto perché scrivere è una forma di pazzia. Paranoia pura. E schizofrenia. Uno, l’uomo. Un altro, innumerevoli altri, lo scrittore. Uno, centomila, cioè Nessuno. Tu lo sai bene. Io credo che la risposta la si trovi in quel che ha detto Beckett, nel corso di un’intervista, circa vent’anni dopo, riferendosi alla propria scrittura: «nessuna capacità di esprimere, nessun desiderio di esprimere, insieme con l’obbligo stesso d’esprimere». Un concetto simile a quello che aveva messo in bocca a Molloy, trent’anni prima: «non poter dire quello che si crede di voler dire, e sempre dire», nonostante la consapevolezza che, come fa dire all’Innominabile, «faccio del mio meglio, e sto per fallire, ancora una volta». Sai come lo vedo io, Céline? Come un dio malefico, perché nessuna religione ne ha mai presentato uno che sia soltanto benevolo. Dunque un dio perfido e benigno insieme, appunto come tutti gli dèi. Un creatore terroristico e terrorizzato. Un dio-bimbo, che, per scongiurare la paura della mostruosità che lo circonda, crea compulsivamente castelli di sabbia ancor più deformi, che poi distrugge, occhieggiando con maligna commozione la fuga scomposta degli insetti che li abitano. Un dio come Shiva, ecco chi, la divinità induista.”

“Questa poi!”

“Certo! Ascolta! Tutto torna. Shiva, il benevolo, ma «fatto di meriti e di demeriti, carico dei frutti buoni e cattivi delle azioni», incarna, allo stesso tempo, la vita e la morte, la creazione e la distruzione. Shiva nataraja crea l’universo danzando e, per Céline, il balletto era tutto («la danza e non la carne delle ballerine»), come per Nietszche, non potevano vivere senza. Bagatelles ne è pieno: «In una gamba di ballerina son contenuti il mondo, le sue onde, tutti i suoi ritmi, le sue follie, i suoi desideri». Alla fine del ciclo, Shiva distrugge l’avidya, l’ignoranza, e con essa l’universo che ha creato. Altrettanto fa Céline. La lancia in resta, contro gli illetterati zotici incolti savants, che lui stesso ha inventato. La picca verbosa di Don Chisciotte contro i mulini ad aria fritta, i parrucconi posteri dei persecutori di Rabelais, i pretenziosi minuscoli Letterati con la ‘L’ maiuscola. L’intera umanità fatta di giornali e televisione. Con le sue imprecazioni scaraventa tutto il proprio cosmo nel Nulla. «Que plus rien existe», la chiusa di Rigodon (ancora una danza!). È lui il Grande Distruttore danzante, Mahākāla, la Grande Morte. E poi il simbolo di Shiva è il linga, il fallo, svettante dalla yoni, la vulva, e non si può dire che nell’opera di Céline manchino falli infilati nelle vulve. E non solo in quelle, se ricordi la storia di Madame Gorloge. Per conto mio, se dovessi disegnare il suo monumento, lo rappresenterei così: in piedi sul toro bianco Nandi, con tre occhi, cinque teste, cinque paia di braccia, onnipotente, mentre, con un soave e aspro sorriso sulle labbra, da una parte danza la creazione e dall’altra tutto disintegra con un sol gesto. E sul volto quell’espressione da martire trionfante, da angelo demoniaco, che ha nella foto della Pléiade. Come se gettasse sull’universo un ultimo sguardo di irridente pietà, un attimo prima di farlo scomparire per sempre. Credo che questa idea gli sarebbe piaciuta. Potrei mandare il mio progetto al governo indiano. Sono loro, loro e i cinesi, il nostro futuro.”

L’avvocato guardò l’orologio, come se si fosse ricordato solo allora di averlo al polso.

“Però, – esclamò, ridacchiando – come passa il tempo, quando si lavora!”

“Non che io sia del tutto convinto – disse il medico – che le cose stiano come le hai esposte tu, ma ti confesso che la tua difesa è stata così appassionatamente argomentata che, se questo fosse il processo a Céline e io il giudice, lo assolverei.”

“Perfetto, dottore, perché nei processi non è la Verità che conta (la Verità con la maiuscola non si sa nemmeno se esista), ma la verità processuale. Noi avvocati siamo come i matematici, non difendiamo persone, inventiamo teoremi, dimostriamo tesi.”

sabato 13 settembre 2014

Recensione

Sull'ultimo numero della rivista dell'Ordine degli Avvocati di Bologna è apparsa l'inaspettata recensione del libro, che allego. Evidentemente è stata originata dalla presentazione che avevo fatto qualche mese fa presso l'Associazione Forense.


sabato 28 giugno 2014

Addì Venerdì tredici Giugno 2014

In Ancona presso la Libreria Feltrinelli era presentato con successo il volumetto
"Muore l'artista ma non del suo amor la poesia".
Il quotidiano locale ha riportato una lusinghiera recensione, acclusa qui. Cliccando sulla scansione si ottiene un ingrandimento più leggibile dell'immagine.

lunedì 10 marzo 2014

Lettera aperta (forse per sbaglio).

Caro Franco,
scusa se ci ho messo tanto tempo, ma sappi che il tuo "Muore l'artista" ha scavalcato molti libri che erano in lista d'attesa da mesi!
L'ho letto con piacere, ammirato della tua inesauribile fantasia che si proietta nei
luoghi e nei tempi più disparati. Tu, testimone-voyeur sei dappertutto, con la tua
camera talmente sensibile da registrare anche le cose che quei personaggi non hanno
mai detto né fatto. Ecco, questo attribuire pensieri e azioni arbitrariamente a personaggi
realmente esistiti, già inquietante quando uno scrittore inventa o reinventa
un solo personaggio storico (p.e. la Yourcenar con Adriano), che diventa più vero
di quello reale, qui si moltiplica per il numero dei personaggi da te trattati,
aumentando l'inquietudine.
E' come se avessi creato un mondo parallelo, in cui Joyce, Wilde, Borges ecc.,
una volta clonati avessero acquistato una vita propria, indipendente dalle loro matrici
e andassero per il mondo tranquilli nella loro nuova identità.
L'altra cosa che ho notato è l'importanza della parte erotica: in questo libro la tua immaginazione erotica, che già avevo scorto in qualche tuo scritto precedente, divampa e strappa letteralmente i vestiti a molti dei personaggi, rivelando la loro (la tua) dimensione sensuale e sessuale.
E' un erotismo in cui il sesso e l'intelletto sono inseparabilmente intrecciati.
Il racconto che ho apprezzato meno è quello su Mozart, ma solo perché mi sembra
che nella sua lunghezza, superiore a quella degli altri, turbi un po' il ritmo del libro.
Quello che ho preferito è forse "Bistrot". Certo, non so se Céline avrebbe gradito la
"violenza" con cui entri nella sua vita più privata (penso di no!), ma trovo che come
racconto abbia una forza narrativa notevole.
Non so se sono riuscito a esprimerti bene le mie sensazioni.
Quando si saranno sedimentate meglio, forse potrei aggiungere ancora qualcosa.
Come è noto, i libri continuano a lavorare anche nel tempo, e nella distanza.
Grazie e un caro abbraccio

Giorgio

venerdì 20 dicembre 2013

Osservando stampe giapponesi






1.     PRIMAVERA (haru)


  1. Il nuovo sole / sulla cima del pino / scioglie la neve

  1. Come diamante / brillava la lacrima / della rugiada

  1. C’è luce nuova / nell’azzurro del cielo / già primavera

  1. Briciole d’oro / s’agitano nell’aria / tenui mimose

  1. Tiepido sole / raccoglierò le felci / lungo la strada

  1. Visse nei fiori / dorme fra le farfalle / il bodhisattva[1]

  1. Profumo d’aria / notte di primavera / dormirò solo

  1. Nell’aria pura / cielo blu luna bianca / senza polvere

  1. Sole di marzo / canta un passerotto / nel nido vuoto

  1. Pioggia di marzo / sotto manto di paglia / bocche si cercan

  1. Corron ridendo / sotto l’unico manto / innamorati

  1. Goccia di pioggia / e la legge del Buddha / scritta nell’acqua

  1. L’occhio del Buddha / ci guarda con amore / dalla rugiada

  1. Freddo chiarore / luna primaverile / tra le nuvole

  1. Notte serena / gatti innamorati / si dichiarano

  1. Vendon bambole / per la prossima festa[2] / pioggia leggera





[1] Chi raggiunge il nono dei dieci stadi dell’esistenza, prima di quello di Buddha.
[2] Festa delle bambine celebrata il 3 marzo.




  1. Una bambola / speranza di bambina / osserva muta

  1. Mille colori / vola un aquilone / fra rare nubi

  1. Monte Akiba / al tuo santuario / va l’aquilone[1]

  1. Svetta il Fuji / sulle verdi pianure / verso il cielo

  1. All’orizzonte / nubi di primavera / copron il Fuji

  1. Dell’usignolo / ode l’anima morta / solo silenzio

  1. Si inchinano / ciliegi di montagna / spinti dal vento

  1. Un sol petalo / dal fiore di ciliegio / vola nell’aria

  1. Ciliegio in fior / piange bianchi petali / nell’alba chiara

  1. Sole d’aprile / dai ciliegi in fiore / petali morti

  1. Volan petali / il giovane ciliegio / parla di morte

  1. Il giorno dopo / i fiori di ciliegio / sono sfioriti

  1. Bianche corolle / mi ruotan negli occhi / come dervisci

  1. Bianchi ciliegi / come soffici nubi / stese su Edo

  1. Semi nel vento / fioriscono in cielo / miosotidi blu

  1. Meditazione / sento nascere l’erba / sul mio corpo

        La fin del bruco / per il resto del mondo / è la farfalla



[1] Ispirato dalla stampa di Hiroshige Ando (1797-1858) Kakegawa. Veduta in lontananza del monte Akiba della serie Cinquantatré stazioni di posta del Tōkaidō.



Leggendo il racconto precedente (Tanjo) si potrebbe avere un'impressione, negativa in modo intollerabile, d'una certa concezione della vita e della morte nella cultura giapponese, secondo cui il concetto di "perdere la faccia" è basilare, importantissimo, essenziale, ma opprimente come un macigno.
Per stemperare questa atmosfera così pesante, ho riportato qui sopra due serie di 16 haiku che ho scritto come contrappeso assolutamente lieve, idilliaco, naturale, al fine di mostrare un altro, diverso, sereno aspetto della cultura nipponica stessa, che mi è molto caro...